novembre 19, 2014

9_anni_8_case

Tutto e’ cominciato con la casa di Hargeisa e le sue stanze vuote e polverose di deserto, i divani rossi di gommapiuma dalle forme da mille e una notte, una zanzariera sul letto di legno, appesa al filo della lampadina a incandescenza, giu’ dal soffitto. Il sorriso discreto e solare di Asrat risolveva tutto.
A Panadura ho toccato la gloria simil burgher sulla Old Galle Road in questa casa enorme anni 70 e infestata da scarafaggi. Il quadro di Indika, l’uomo che osserva la luna, enorme e di un blu commovente era bellisismo nella camera monastica. La natura tropicale e fertile cercava la sua via tra le griglie alla finestra.
Wekkada, poco piu’ in la’, invece era il sogno della nuova borghesia suburbana. Una casa da Truman show in un contesto tropicale. I tonfi delle scimmie la notte sul tetto e i komodo che dormivano nei pluviali, la coda lunga che spuntava fuori a tradirne la presenza.
Cambio di scena a Xining, nel condomio cinese sgarrupato e vecchissimo di 5 anni, riscaldamento radiante, la vista sulla triste Wu Yi Lu, la 51th avenue di una capitale di provincia dimenticata e sinizzata senza carattere o distinzione.
Tongde era tutta un’altra storia, Amdo ruspante e caldo con la casa ufficio da veri signori, l’acqua corrente e il bagno alla turca! la stufa a legno, sola in mezzo alla stanza e lenzuola sintetiche sul letto. Per la doccia niente da fare, bagni pubblici nella piazza in mezzo ai biliardi all’aperto. Li’ i cestini della spazzatura erano pieni di calzini e mutande usate degli accorti avventori che approfittavano della pulizia generale per un cambio in toto. Il concetto nomadico del distaccco e del funzionale.
Hanoi ci ha accolto nella tube house fatta su uno scampolo di terra, messa a caso sulla strada sul lato lungo per fortuna, tanta luce, tantissima umidita’, un caldo commovente e sudato, un freddo umido d’inverno. L’efficienza di Tam a tenere i fili dei 4 piani di una casa di bambola.
La casa ufficio di Bat xat era agghiacciante, puro funzionalismo vietnamita con piastrelle fintomarmo, scalini tutti diverse e la Khan svaccata sulle poltrone punitive di legno, custode despota del suo piccolo feudo.
Ulaanbatar la trasandata ci ha accolto nel sogno post comunista della lottizzazione sgarbata e severa che ha piano piano mangiato il parco e la gloria del centro d’arte dei bambini, un palazzo di panna montata e glorie filorusse. Solo il giovane Lenin, sfuggito all’attenzione dei nuovi democratici tiene in mano il suo libro di poesie e custodisce lo scampolo di verde rimasto.
La casa abbarbicata al sesto piano senza ascensore piena dell’abbagliante luce bella invernale ha cresciuto il timo, il basilico, la zucca e noi due.

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marzo 24, 2014

UB_in_the_sky_with_…
moonwalker

febbraio 21, 2014

Eallora


E allora? Allora come va a finire? Va a finire che non va a finire? Che al limite si invecchia, o come si dice ora si matura. E dove sono ora e dove ero dieci anni fa. Come si cambia se si cambia e quanto si cambia e come si resta uguali.
E come succede che per caso, un giorno, arriva qualcuno che rompe il ciclo delle relazioni malsane genitoriali. e com’e’ che uno deve scappare di casa non so, 8000 miglioni di migliardi di km per capire quanto era necessario. E che poi li’ a 8000 miglioni di migliardi di km c’era la tua controforma che viene da dove vieni tu e che combaciava a pennello con la tua forma: storie diverse, sofferenze simmetrice, durezze e dolcezze che si collimano. Stessi intenti confusi? Stesse direzioni?
E poi comincia il gioco dei positivi e dei negativi del perdere l’equilibrio per ritrovarlo e ritrovare i propri spazi e sacrificarli. E si cresce si cresce, gli anni passano, arrivano gli stalli e passano, e le ridefinizioni delle cose, degli orizzonti. Un po’ di disillusione, un po’ di amarezza e la morbosita’ del non poter star senza di te e di non sopportar assolutamente piu’ certe cose di te. Con il nostro equilibrio e i ruoli che a me sembrano ribaltati, la tua leggerezza, la mia pedissequa boriosa responsabilita’. La mia ansia e il tuo calmarmi. Il tuo bisogno di un appiglio alla realta’ e io che ti arreggo forte, e « ci » trattengo, noi intendo, ma non so a cosa. E forse voglio un bambino da te ma non te lo so dire o non e’ il momento. E poi tra un po’ ci muoviamo da qua, un altro smarrimento, un altro inizio, un altro entusiasmo.

febbraio 14, 2014

My funny valentine  love

giugno 12, 2013

Miricordo


Stasera faccio la pizza, le dico io, anzi le scrivo. Ieri l’altro ho fatto gli gnocchi di zucca, son venuti buoni. Per gli gnocchi di patate non e’ stato cosi’ facile. La prima volta si son sciolti nell’acqua, la seconda volta erano come ghiaia. Durissimi, come quelli della nonna, ricordi ? La terza volta son venuti bene, giusta dose di farina. La nonna faceva tutto un po’ troppo duro, un po’ troppo cotto, un po’ troppo unto un po’ troppo asciutto. La mantovana che strozzava. Gli gnocchi come sassi, i biscotti tipo pavesini sembravano di sabbia. Il rotolo alla crema era buono pero’. Mi sembri Proust, fa lei. Perche’ ? Non ho mail letto proust, scrivo. Ho letto Celine (e’ sempre francese no?). Non mi e’ piaciuto un granche’. Il sapore della madeleine, mi dice, gli ricordano un sacco di cose. Mamma mia son passati 21 anni da quando e’ morta,le scrivo , 21 anni. 23, dice lei, era il 1990, il 7 luglio. La nonna, mi scrive mi e’ sempre sembrata vecchissima. Quando e’ morta aveva l’eta del babbo adesso. Il nonno e’ morto nel 2000 giusto? Le scrivo. Son passati 13 anni. Aveva 94 anni, mi dice, era del ‘6. Ricordo che ci domandavamo se sarebbe riuscito a vedere il 2000, scrivo. Alla fine sembrava un tronco di vite, tutto storto e nervoso, impotente a letto come sui carboni ardenti. Io ricordo i capelli d’angelo in brodo della nonna, mi scrive, c’erano sempre a cena, erano viscidi, non mi son mai piaciuti. E il rotolo alla cioccolata. Quello era buono. Il roastbeef stracotto, e la mamma che tutte le volte in macchina al ritorno nel buio stellato della campagna diceva che quello era «brasato», non « roastbeef ». E i carciofini sott’olio, gli sformati di cardi. Continua lei.
E le saponette camay dico io.
Che mito la nonna Dina. Poi da bambino non mangiavo niente. E la mamma le aveva detto che se mi dava le svizzere, andava sul sicuro, sai, d’estate quando andavo da loro per un po’. E allora per due settimane facevo la cura di svizzere.
Mentre le scrivo entra in stanza mia nonna, come me la ricordo, e silenziosa si siede sul divano, i vestiti scuri a strati, un cardigan di lana leggero blu, chiuso da uno spilla da balia, la gonna al ginocchio grigia, che lascia intravedere la gambe grosse. Si siede, composta, senza occupare spazio. Le mani in grembo, i capelli bianchissimi raccolti in una crocchia morbida alla base della nuca. Mi guarda silenziosa con i suoi occhi grigi chiarissimi e liquidi. Continuo a scrivere alla luce dello schermo e della lampada di carta sul davanzale di questa casa temporanea, l’ennesima.
L’Ersilia se n’e’ andata nel’97. Mi dice. L’Ersilia, l’altro giorno pensavo, le scrivo, che da vecchio mi verranno le guance enormi e un po’ calanti, come ad Ersilia. Come mai, mi fa lei ? Non lo so, la faccia con l’invecchiare sta andando verso i tratti di quelle terre e di quelle persone. Tratti piu’ netti e incontrollati di quelli che vedi in giro adesso. Comunque, una famiglia di burberi. Una persona molto sola, mi dice lei. Io non la ricordo come una donna sola, la ricordo orgogliosa, ordinatissima, fiera e cocciuta.
Ricordi, mi scrive, Ersilia prendeva la macchina con l’autista tutte le settimane e con una sua amica andava dal parruchhiere. In citta’? le chiedo. No, nel paesino accanto, la strada diritta che saliva vertiginosa sulla collina. Ah, non mi ricordavo questa cosa del parrucchiere, scrivo. L’Ersilia era un fenomeno. Aveva sti capelli ruvidissimi, tipo la spugnetta per i piatti di lana di ferro in una piega forzata.
Casa sua sembrava un ambulatorio medico, pulitissimo, asettico. Il brevario ricoperto in similpelle. Il frigo anteguerra e il lavabo di graniglia. La televisione accesa sul mobile di formica con su’ Corrado e il pranzo e’ servito.
Le bambole inteccherite sulla coperta di velluto del letto nella camera, scrive, la cantina piena di cose.
Ecco, e’ arrivata anche Ersilia, dritta, con il suo piglio da nubile sfiorita, collant color carne e maglia di lana abbotonata, comprata a Firenze, nel suo negozio di fiducia, orecchini d’oro gialli gialli su lobi di orecchie grandi.
Si siede sul bordo del divano e guarda intorno, sofferma lo sguardo sulla nonna, un cenno di saluto, moglie di suo cugino, poi guarda intorno discreta cercando, impietosa, di dare un giudizio al posto dove e’ finito il suo pronipote. Il soggiorno nel tardo imbrunire di questa sera gia’ estiva si e’ popolato.

giugno 11, 2013

Underwater love
 esther

aprile 11, 2012

Venticinque

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marzo 23, 2012

Becoming 3.0


“La verità era che non si voltava pagina. Forse era solo una nascita prolungata. E nascere significava separarsi, e separarsi era duro, e chi poteva separarsi fino in fondo? Da una parte per i tuoi genitori continui a nascere, anni e anni, e dall’altra parte sei tu che cominci a far nascere, anche se non hai finito di nascere, e così si è al centro di conflitti generati da una separazione dietro a sé e una separazionedavanti a sé”

Amos Oz, Conoscere una donna

febbraio 21, 2012

Becoming 2.0

il mio compagno

Era sei anni fa e qualcosa. E questo, adesso, è il tuo primo tema. E io continuo a stupirmi di questo tempo che passa e della magia delle cose che diventano

 

febbraio 19, 2012

Becoming

CAB

In questi giorni a Colombo c’è la Biennale d’arte. E’ una occasione speciale per una città in genere sonnacchiosa e per un paese che ha bisogno di interrogarsi sulla sua identità.
Può l’arte essere veicolo di cambiamento?
Senz’altro è mezzo di riflessione, e in questa biennale sono molte le opere che spingono a pensare a cosa è riconciliazione, futuro condiviso, i demoni da esorcizzare in un percorso di crescita inclusiva e partecipata.